Consumare meno carne, per la salute del Pianeta e di chi lo abita

Per spiegare quanto importante e decisivo sia questo momento storico per la sopravvivenza dell’uomo spesso usiamo la metafora della rana che, in una pentola sul fuoco, non si allarma dell’aumento del calore sino a quando non è troppo tardi per la sua sorte.

Purtroppo l’uomo non sta facendo nulla per smentire la propria incapacità di reagire a quella che, da parte di ormai ogni scienziato, viene descritta come la più grande minaccia per la nostra specie: il surriscaldamento del nostro Pianeta.

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Che la Terra si stia scaldando è ormai un dato inconfutabile. Mantenendo questo “trend” di aumento degli impatti pro-capite uniti all’aumento della popolazione, sarà inevitabile affrontare le conseguenze tragiche entro qualche decennio. L’innalzamento del livello del mare conseguente alla crisi climatica porterà centinaia di milioni degli oltre 10 miliardi di abitanti previsti per il 2050 a migrare con la conseguenza di conflitti per le sempre meno terre fertili oltre che per la carenza di acqua potabile. Uno scenario previsto e apocalittico che stride con l’immobilismo dei governi ma soprattutto con quello dei cittadini.

È infatti interessante notare come, al di là della mancanza di visione e coraggio politico della classe politica, anche i cittadini – soprattutto quelli dei Paesi più industrializzati – siano poco disponibili a modificare anche solo in parte, quei comportamenti e abitudini che sono alla base dell’insostenibilità ambientale della nostra Società.

Tra i maggiori responsabili per le emissioni di gas serra c’è l’allevamento di mucche, maiali e polli, dovuto sia alla coltivazione delle aree per la loro alimentazione, che alle emissioni di metano dai processi digestivi dei bovini. In un dettagliato rapporto (Livestock’s long shadow, 2006), la FAO indica che l’allevamento di animali contribuisce alla produzione di anidride carbonica (CO2) con un 9% del totale ed è responsabile di alte emissioni di altri importanti gas serra: il 35-40% delle emissioni di metano, che ha un effetto 23 volte superiore a quello dell’anidride carbonica come fattore di riscaldamento del globo, il 65% delle emissioni di ossido di diazoto, un gas che è 296 volte più dannoso della CO2, e il 64% delle emissioni di ammoniaca, un gas che contribuisce significativamente alle piogge acide e all’acidificazione degli ecosistemi, sono prodotti infatti dal settore zootecnico.

Secondo la recente ricerca di Greenpeace Foraggiare la crisi, “Le emissioni di gas serra degli allevamenti intensivi rappresentano il 17 per cento delle emissioni totali dell’Ue, più di quelle di tutte le automobili e i furgoni in circolazione messi insieme”.1 Invece per quanto riguarda il nostro Paese, il recente rapporto ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), il settore agricoltura rappresenta il 7% circa delle emissioni nazionali di gas serra.2

Altri dati interessanti. Per la coltivazione dei mangimi destinati all’allevamento viene dedicato oltre il 70% dei terreni agricoli. Questo include anche la quasi totalità dei mangimi usati per la carne Italiana a km 0 che provengono dal continente americano e che contribuiscono ad esempio alla distruzione della foresta Amazzonica. L’allevamento è infatti anche la principale causa di deforestazione, in particolare in Amazzonia, dove un’area grande quanto un campo da calcio viene rasa al suolo ogni minuto per far posto a coltivazioni di soia che non diventerà cibo per gli esseri umani, ma per il 90% mangime per animali “da reddito” (soprattutto bovini).

Il tutto per coprire, con alimenti di origine animale, solo il 17% del fabbisogno alimentare mondiale. Pensiamo infatti che per produrre 1kg di carne bovina occorrono dai 14 ai 20kg di mangime e 15.400 l di acqua. È stato stimato che un ettaro coltivato a patate e un ettaro coltivato a riso sono in grado di provvedere al nutrimento annuo rispettivamente di 22 e 19 persone, mentre un ettaro destinato alla produzione di manzo è sufficiente per il nutrimento annuo di una sola persona ( WHO/FAO, Diet, nutrition, and the prevention of chronic disease).

In sintesi, stiamo descrivendo un settore economico che rappresenta una vera inefficienza oltre che ad un disastro ambientale annunciato per l’intero nostro modello di sviluppo.

E’ la situazione va peggiorando. Il consumo di prodotti animali infatti, va crescendo con particolare rapidità nei paesi in via di sviluppo parallelamente alla crescita economica: per queste popolazioni il consumo di carne rappresenta un modello occidentale da imitare, uno status symbol, un segno di prestigio e ricchezza sociale. In queste regioni, il consumo di carne dal 1983 è più che raddoppiato, passando dai 14 kg pro capite annui agli attuali 30 kg.

Il notevole incremento del consumo di carne e di altri cibi di origine animale ha causato naturalmente un aumento del numero di animali allevati: secondo le statistiche della FAO (2007), in tutto il mondo ogni anno vengono uccisi, per fini alimentari, circa 56 miliardi di animali, esclusi pesci e altri animali marini.

L’aumento del consumo di prodotti animale ci porta a fare due ulteriori riflessioni.

La prima è inerente agli effetti del consumo di carne sulla nostra salute. “Esistono due categorie di cardiologi: i vegani e quelli che ancora non conoscono i dati”. Questa è una provocazione del dottor Kim Williams, presidente fino al 2016 dell’American College of Cardiology, ma non pare così fuori luogo se consideriamo che nel 2015 l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (Iarc), ha definito cancerogene per l’uomo le carni trasformate e probabilmente cancerogene quelle rosse.

Certamente dunque, i vantaggi per la salute umana di una dieta a base di alimenti vegetali sono davvero molteplici e supportati da evidenze scientifiche: dalla minor insorgenza di tumori e cardiopatie ischemiche a minore incidenza di Diabete di tipo 2, ipertensione arteriosa, ipercolesterolemia. Inoltre, eliminare alimenti di origine animale permette di evitare alimenti ad alto contenuto calorico e basso di fibre che sono i principali responsabili di sovrappeso e obesità.

La seconda riflessione è di tipo “etico” e riguarda la liceità morale di allevare per macellarli, decine di miliardi di animali all’anno. Animali ai quali è, almeno negli allevamenti intensivi, è riservata un’esistenza certamente infelice e dolorosa, che produce terribili sofferenze fisiche e psichiche. Queste sofferenze sono causate a degli esseri viventi senzienti, come sa bene ogni umano che si relazioni con un gatto, un cane, un cavallo, una mucca. Sofferenze che, come abbiamo visto, sarebbero evitabili semplicemente con l’adozione di differenti scelte alimentari da parte degli umani, che per di più eviterebbero anche i danni globali che abbiamo elencati finora.

CONCLUSIONI

Noi Verdi pertanto perseguiamo una proposta politica che sostenga le produzioni agricole sostenibili che promuovano la biodiversità nel territorio. L’agricoltura rappresenta una fenomenale opportunità anche per le nuove generazioni che si affacciano al mondo del lavoro.

Contestualmente chiediamo una grande opera di educazione a sostegno di una corretta alimentazione, basata principalmente su prodotti di origine vegetale e su prodotti biologici che prevedono una minore immissione di sostanze nocive nell’ambiente con conseguenti minori residui di esse nei cibi. Si tratta di una vera rivoluzione culturale da portare nelle scuole e di una campagna di sensibilizzazione da fare su tutti i media a cura dello Stato.

Infine, la sfida più grande sarà quella di creare una reale consapevolezza nei cittadini nel comprendere le gravi e tragiche conseguenze che l’attuale modello sociale ed economico, procurerà alla nostra civiltà nei prossimi decenni, promuovendo un decisivo e fondamentale cambiamento culturale, ricordando che le scelte industriali ed economiche sono sempre la conseguenza dei comportamenti dei consumatori.

Riscaldamento Globale, deforestazione, esaurimento riserve acqua potabile, perdita di biodiversità, salute e benessere animale: il cambiamento parte dal scegliere cosa mettiamo nel nostro piatto, ogni giorno.

Davide Nava e Mauro Moretto

1 “Foraggiare la crisi. In che modo la zootecnia europea alimenta l’emergenza climatica” https://www.greenpeace.org/italy/rapporto/12417/foraggiare-la-crisi-in-che-modo-la-zootecnia-europea-alimenta-lemergenza-climatica/

2 Focus sulle emissioni da agricoltura e allevamento https://www.isprambiente.gov.it/files2020/eventi/gas-serra/decristofaro.pdf https://www.isprambiente.gov.it/it/archivio/eventi/2020/04/il-quadro-emissivo-in-italia

Sullo stop alla Convenzione per il recupero della fauna selvatica

Con la conclusione del 2020, in Provincia di Treviso non è stato previsto il rinnovo della Convenzione, sancita tra Regione e Provincie, che garantisce il servizio di recupero, cura e custodia della fauna selvatica. Tale lacuna, oltre che aver già comportato la morte di molti animali che non hanno potuto essere curati in tempo, rappresenta una grave violazione delle normative nazionali e regionali in vigore.

Non da ultimo, si qualifica come una profonda mancanza di rispetto nei confronti dei volontari delle associazioni animaliste del territorio, che, oltre ad aver sempre garantito la loro massima disponibilità affiancando gli enti preposti nelle attività di recupero e cura degli animali feriti, hanno più volte, e per tempo, sollecitato la Regione per avere risposte certe in merito alla continuità del servizio.

Se la solerzia e la prontezza con cui vengono gestiti gli affari inerenti alla caccia venissero applicati anche in questo ambito, potremmo dire di vivere in una Regione che ha davvero a cuore il benessere e il rispetto degli animali. Ma ormai è cosa nota, il presunto interesse e rispetto per gli animali è solo uno specchietto per le allodole, e questi servono solo a portare linfa al bacino di voti che proviene dai cacciatori. Una tale leggerezza e superficialità non possono essere tollerati in un paese che vuole definirsi civile e progredito.

Europa Verde Verdi Treviso si impegna a garantire, anche tramite la Consigliera Regionale in carica Cristina Guarda, che già aveva segnalato in sede di approvazione di Bilancio, la necessità di incrementare i fondi per i CRAS, il proprio supporto alle associazioni animaliste che operano anche nel trevigiano (LAV, LAC, WWF, Progetto Riccio Europeo, OIPA, LIPU, LEIDAA) e che stanno valutando di intraprendere un’azione legale.

Daniele Tiozzi e Elisa Casonato – Portavoce Federazione dei Verdi Europa Verde di Treviso

Ilaria Torresan – Verdi Europa Verde Treviso

Premaor: dalla parte dell’ambiente e della salute della cittadinanza

Europa Verde–Verdi Marca Trevigiana esprime massima solidarietà alle famiglie di Premaor (TV) nella loro battaglia per la difesa dei boschi nell’area delle Colline del Prosecco, patrimonio dell’Unesco e per la difesa della loro salute dai pesticidi impiegati nelle colture. Si tratta di un paesaggio unico, caratterizzato da dorsali collinari, ciglioni (piccoli vigneti su strette terrazze erbose), foreste, villaggi e coltivazioni. I boschi al pari dei vigneti sono dunque elemento caratterizzante e imprescindibile di queste zone e devono essere tutelati.

Le macchie boscate, anche di recente formazione svolgono una importante funzione ecologica e si integrano con il costruito dei piccoli borghi  creando armonia e contatto con la natura. Per fare spazio all’ennesimo vigneto si sono cancellati 8000 m2 di bosco in piena stagione vegetativa con forti conseguenze sulla biodiversità e sull’estetica dell’area, nonché sul suo assetto idrogeologico. Anche se pare che l’area in passato fosse coltivata, l’intervento di scala industriale con cui è stato sbancato e livellato il terreno danneggia pesantemente il suolo, il paesaggio e mette a rischio gli abitanti.

Secondo la relazione di sintesi per la candidatura della Colline del Prosecco a Patrimonio  dell’UNESCO “la vegetazione forestale è tutelata dai vincoli forestali previsti dal Codice Nazionale dei Beni Culturali, nonché dal Piano di Gestione del Sito di Interesse Comunitario (SIC) della rete UE Natura 2000 applicabile all’area”.  

Ci dispiace vivamente che l’area in oggetto non sia stata considerata rientrante tra i boschi “che per la loro particolare ubicazione, in rapporto alla giacitura, morfologia e natura del terreno, assolvono alle funzioni di difesa di abitati, di strade e di altre opere di pubblico interesse, contro il pericolo della caduta di valanghe, frane e di massi” così come previsto dall’art. 16 della Legge Forestale Regionale del 1978″ e indicato (in forma non prescrittiva) anche nel Piano di Assetto del Territorio Intercomunale.

Ci spiace ancor più che, quando si parla di vigneti, non ci siano norme adeguate a garantire la tutela della salute dei cittadini dal carico di pesticidi. Abbiamo l’ennesima conferma che un vigneto può tranquillamente essere impiantato dove vivono le persone o dove i bambini vanno a scuola, come ci ricorda la nota vicenda di San Giacomo a Vittorio Veneto.  In caso, sono le persone residenti a dover subire, perché la logica affaristica prevale.  

Tutto il processo progettuale dell’area doveva essere incentrato sul raggiungimento di un equilibrio tra la conservazione dei caratteri dell’identità storica, il grado di naturalità secondo l’ecologia del paesaggio, le esigenze economiche dei coltivatori e specialmente, il diritto dei residenti di vedere tutelata la loro salute. Tutto ciò non è avvenuto, nemmeno questa volta. 

Amedeo Fadini, Luca Saccone e Mauro Moretto

Verdi Europa Verde Marca Trevigiana

Più parchi per salvare Castelfranco dal cemento

Castelfranco Veneto è ormai un cantiere aperto. Si sta cementificato tutto. Una città fiore all’occhiello e centro nevralgico della Marca Trevigiana fa i conti con una piccola politica a marchio leghista che non tiene conto delle risorse paesaggistiche, culturali e sociali.

La proposta dei Verdi della Castellana all’attuale amministrazione cittadina è di poter trasformare le ultime aree verdi rimaste in in parchi. Riguardo Le zone che potrebbero essere ancora funzionali segnaliamo le aree di Via Giotto e di via Forche. In Via Giotto nel corso del tempo, sfruttando l’ex piano casa, sono state sostituite diverse villette con casermoni alle quali sono state aggiunte diverse opere di compensazione quali parcheggi e marciapiedi.

Ma queste sono più che altro opere di devastazione per il verde, e non di mitigazione del cemento, come vorrebbero farla passare, perché vanno a togliere ulteriore spazio e quindi a consumare suolo. Il Parco di Via Forche invece è stato ridotto negli ultimi anni dall’amministrazione Marcon per essere utilizzato come spazio per costruire la palestra dell’Istituto Nightingale.

Era stato assicurato che sarebbero rimasti 18 mila metri quadri per il parco e 12 mila metri quadri per l’ampliamento dell’istituto scolastico ma sono cambiati ed addirittura invertiti, perché l’attuale Amministrazione ha inopinatamente deciso di costruire una palestra non più solo al servizio della scuola con 100 posti a sedere, ma un nuovo polo sportivo, un palazzetto con 400 posti a sedere a servizio delle società sportive, in una zona estremamente congestionata dal traffico e dalla presenza di ben 6 istituti scolastici che ogni giorno polarizzano 3000 studenti ed insegnanti.

Vogliamo una Castelfranco più Verde e curata, che attiri non solo i gruppi turistici ma anche i cittadini delle frazioni circostanti. La nostra città, insieme alla sua storia ed al suo paesaggio è un bene culturale altissimo, da tutelare e salvaguardare.

Giovanni Colombo, Alberto Freschi, Lucia Ammendolia

Verdi Europa Verde della Castellana

I Verdi chiedono lo stop alla caccia anche in Veneto.

I Verdi di Treviso sono da sempre contrari alla caccia. In questi giorni, in cui di fronte al perdurare della pandemia si retrocede in ogni attività, la caccia è stata giustamente bloccata nelle Regioni in zona rossa.

Associandoci ai Verdi nazionali e all’Enpa chiediamo che la caccia venga bloccata ovunque. In particolare chiediamo alla Regione Veneto che ordini il blocco anche nella nostra regione.

Il Presidente Zaia ha proibito alle persone di passeggiare nei centri storici e quindi molti si recheranno in campagna e all’aria aperta dove saranno accolti a fucilate.

La caccia non è uno “sport”, né una “attività necessaria”, ma solo una pratica crudele e pericolosa per gli uomini e gli animali. Auspichiamo il blocco per pandemia ma anche che in futuro si arrivi all’abolizione di questa pratica anacronistica, crudele e pericolosa.

Elisa Casonato e Daniele Tiozzi – Co-Portavoce Federazione Provinciale dei Verdi Europa Verde di Treviso

Federico Cappellesso, Ilaria Torresan, Mauro Moretto, Stefano Dall’Agata – Verdi Europa Verde Treviso

Scuola: relazioni senza schermi

E la scuola chiude ancora, lasciando studenti, studentesse, genitori e personale della scuola con l’amaro in bocca. La differenza rispetto al passato è che ora sappiamo cosa ci aspetta: sappiamo che la didattica a distanza non raggiunge tutti, non è inclusiva ed è solo una pallida imitazione del rapporto tra studente e insegnante. Sappiamo anche che non tutto quello che era in potere alle istituzioni fare è stato fatto.

Torniamo per un attimo a scuola: alzi la mano chi crede che la mancanza di mezzi pubblici sia un problema nato questo ottobre. Chi non aveva mai visto i treni, gli autobus e le corriere del mattino stipati; chi non ha mai sperimentato il traffico delle otto davanti alle scuole.

Ci stupiamo davvero del fatto di non avere gli spazi per il distanziamento sociale? Dovremmo forse ricordare che da decenni si parla di classi pollaio, in cui si chiede ai docenti di aver cura di trenta ragazzi e ragazze con le loro potenzialità e le loro difficoltà, le loro storie e i loro sogni, riuscendo anche a insegnare la propria materia.

Immaginiamo per un momento che tutto questo lavoro, tutta questa relazione educativa, debba instaurarsi ogni anno da capo in una scuola diversa. Spesso iniziando a insegnare un mese dopo la prima campanella, sempre con nuovi alunni, genitori, colleghi e dirigenti da conoscere. Questa è la situazione che da molti anni affrontano le centinaia di migliaia di precari della scuola, che vedono continuamente rimandata la possibilità dell’entrata in ruolo e con essa la sicurezza economica, condizione minima per progettare una vita serena.

L’emergenza sanitaria esacerba tutto ciò e la mancanza di prospettive toglie il fiato. È esasperante pensare di aver avuto mesi per muovere i primi passi verso il cambiamento e trovarsi invece nella stessa condizione di febbraio e di sempre.

Chi davvero tiene alla scuola non può che muovere un severo atto di accusa: a chi non ha il coraggio di pensare seriamente alla mobilità, potenziando trasporto pubblico e la viabilità green. A coloro che non pensano a un serio piano di investimenti per la scuola (edilizia e innovazione, non banchi a rotelle!). A chi non vuole risolvere il problema del precariato, perché un insegnante a tempo determinato costa meno, è più fragile e quindi più facilmente controllabile. A istituzioni che si rimpallano la responsabilità di chiudere la scuola, senza avere il buon senso di guardare ad altre realtà europee, dove lockdown ben più severi del nostro sono già attivi, ma gli studenti possono ancora andare in classe.

In definitiva l’accusa è contro un sistema che mette sempre all’ultimo posto l’educazione, non ha il coraggio di interrogarsi su come vogliamo crescere i giovani e quale sia il futuro per la nostra Italia; non solo superato l’ostacolo del Covid19, ma con molta più lungimiranza, in un paese sempre più anziano, logoro e stanco. Non si ha la volontà di rendersi conto che l’unico scenario possibile per risanare l’Italia prevede la cura dei giovani e questa cura si realizza solo attraverso la relazione educativa. Relazione costante, valorizzata e… in presenza.

Isabella Scortegagna e Francesco Negro

Verdi Europa Verde Treviso

Daniele Tiozzi e Elisa Casonato

Co-Portavoce Federazione Provinciale dei Verdi Europa Verde Treviso

Castelfranco: Appello contro il consumo di suolo

Il Veneto risulta essere attualmente una delle regioni ai vertici delle statistiche per consumo di suolo in Italia.

Continuano a chiamarla riqualificazione ma è soltanto un grande scempio, una grande cementificazione perpetrata ai danni dei cittadini.

Si continuano a costruire dovunque centri commerciali e immobili per uso abitativo di cui ormai è saturo il mercato.

In Veneto abbiamo la media di un capannone sfitto ogni sei abitanti, immobili che se ci fossero delle politiche serie potrebbero essere sfruttati per essere riqualificati senza dover sprecare risorse economiche oltre che vitali come il suolo.

Noi, Verdi Europa Verde della Castellana, non vogliamo ribadire soltanto il nostro dissenso a queste politiche scellerate, ma vorremmo far riflettere le persone sul perché di tutto questo, quando oltre che ad essere opere marcatamente impattanti, inutili e dannose per l’ambiente lo sono anche in termini di costo sociale ed economico per i cittadini.

A Castelfranco Veneto in questi anni, sono stati consumati ben 13,20 Kmq di suolo, con un incremento importante tra il 2018 e 2019.

Nei pressi della stazione, dove ancora sono presenti, dopo diversi anni, sacchi con materiale inquinante, e dove si sarebbe potuta creare un’area verde oltre ad un parcheggio uso stazione, si costruirà l’ennesimo monumento al malgoverno veneto, una torre di 10 piani composta di appartamenti e negozi, in barba ai diversi appartamenti sfitti e agli agonizzanti negozi e botteghe del centro, che invece di vedersi sostenuti e supportati da politiche di valorizzazione del territorio in termini ambientali, storici e paesaggistici, che porterebbero anche alla riqualificazione della città, vengono cosi sempre più osteggiati e messi all’angolo.

Basta guardare anche a quello che succede in caso di pioggia, quando il terreno ormai reso impermeabile dal cemento non riesce più ad assorbire l’acqua piovana con tutte le conseguenze che ben conosciamo, in termini di allagamenti e smottamenti.

Facciamo appello a tutte le associazioni ambientaliste, nella speranza che si possa creare tra tutti noi ecologisti una fitta rete ed una grande sinergia, in modo da poter iniziare a contrastare, insieme e fortemente, queste politiche distruttive ed irrispettose dei cittadini e del territorio.

Citando Andrea Zanzotto: la «marcia di autodistruzione del nostro favoloso mondo Veneto ricco di arte e di memorie, giunta con le sue iniziative imprenditoriali ad alterare la consistenza stessa della terra che ci sta sotto i piedi.»

I Verdi Europa Verde della Castellana

Sosteniamo la Cultura, che il Covid-19 non ne sia il Requiem

L’emergenza legata al Covid19 ha portato alla luce molte difficoltà pregresse legate a svariati comparti lavorativi e produttivi; il settore simbolo delle problematiche eternamente ignorate, rimandate, inascoltate è senza dubbio quello dello spettacolo, che mai come in questi giorni si sta mostrando in tutte le sue debolezze, falle interne, contraddizioni intrinseche. Un settore su cui cui da sempre si investe troppo poco, sebbene dia lavoro a circa 135mila persone solo in Veneto, producendo il 5,3% del PIL regionale.

Gli artisti che sono scesi in piazza in questi giorni, oltre ad avere una dignità di lavoratori da tutelare, sono preoccupati che questa emergenza sanitaria rappresenti il colpo di grazia per gran parte del settore, e che le misure messe in campo per arginare la crisi non bastino ad affrontare una ripartenza, essendo le realtà coinvolte (dalle fondazioni lirico – sinfoniche agli artisti con partita IVA) così diversificate in merito a regimi contributivi, retributivi, modalità di compenso, e via dicendo. La questione era in sospeso da troppo tempo; il Covid19 l’ha solo portata alla luce in tutta la sua interezza, aggravandola ulteriormente.

L’emergenza sanitaria è stata solo la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso, ma le cause del malcontento che hanno portato migliaia di artisti a scendere nelle piazze di tutta Italia in questi giorni (la manifestazione a Venezia si è tenuta il 30 ottobre), vanno cercate in tempi ben più remoti.

Vi è a monte una mancata educazione alla cultura e alla bellezza, che riguarda gran parte della popolazione, a prescindere da età, grado di istruzione, tenore di vita, ma che interessa in maniera preoccupante soprattutto le giovani generazioni. Chiedete al primo giovane che incontrate per strada (magari anche ben istruito) da che opera è tratta l’aria Nessun dorma, o magari il nome dell’autore del Va‘ pensiero (tanto per limitarsi all’ambito musicale, parlando solo di semplici temi d’opera nazional popolari) e nel 90% vi ritroverete a ridere delle risposte, sempre che vi vengano date. Provare per credere. Ciò è sintomo di una enorme lacuna nella storia del sistema educativo del nostro paese, e, cosa ancor più preoccupante, è parimenti sintomo che poco o niente è stato fatto negli ultimi anni, per appianare tale lacuna a favore dei più giovani, nonostante l’enorme disponibilità di materiale artistico di tutti i tipi facilmente reperibile oggi in rete.

Pur avendone i mezzi, ad oggi non si è saputo mantenere accesa la scintilla della curiosità, il vitale bisogno di bellezza, l’impalpabile circuito energetico che lega il pubblico agli artisti che sono sul palcoscenico, e che è l’unico ingrediente che rende unico, irripetibile, indispensabile uno spettacolo dal vivo e che, è bene ripeterlo, nessuno spettacolo in streaming potrà mai sostituire. Molte persone non sanno di avere bisogno dell’arte, semplicemente perché non conoscono ciò di cui si privano. E da qui hanno origine a cascata tutti gli altri mali che affliggono il settore artistico. L’arte rimane, paradossalmente, un’esperienza preclusa a molti. E tra quelli che invece ancora ne usufruiscono, troppi pensano che sia un passatempo, un diversivo, altri ancora la considerano un pezzo da museo, che però va ammirato e incensato, e mantenuto in qualche modo vivo, in quanto antico retaggio di benessere sociale, quasi che farsi vedere in un palchetto di primo ordine rappresenti ancora una questione di etichetta, di bon ton (basterebbe infatti interrogarsi sull’età media dei frequentanti i teatri e le sale da concerto per capire il perché di tale retaggio).

Se così non fosse, non ci ritroveremmo oggi a fare i conti con una società che ci considera poco più che dei saltimbanchi, degli intrattenitori che trovano nella loro disciplina artistica il trastullo per impiegare in qualche modo il loro tempo. Non ci troveremmo quotidianamente alle prese con persone che ti chiedono, dopo che gli hai risposto che fai l’attore/regista/costumista/scenografo/ballerino/musicista: “Sì, ma quindi, qual è il tuo vero lavoro?“. Questo è l’inequivocabile segno che, ai più, ancora oggi, quello dell’artista non è considerato un lavoro pari a tutti gli altri. In un paese come l’Italia, dire che ciò è grave, è un eufemismo. E comunque in effetti a volte, per necessità, gli artisti sono davvero costretti a trovarsi un altro lavoro.

Perché fare l’artista, fra contratti fantasma, tutele molto spesso minime o inesistenti, retribuzioni che somigliano più a elemosine, pagamenti più consistenti che però non arrivano mai per tempo, è davvero una sfida contro la società. Ma dal momento che è la società stessa a considerarti un intrattenitore, che, in quanto tale, può essere tranquillamente messo da parte nei tempi difficili, come potrebbe essere diversamente da così? Poco importa se tu hai studiato ogni giorno per otto ore al giorno per venti anni della tua vita, se continui a studiare in ogni ritaglio di tempo, sempre, perché questo è quello che fa un artista, perché un artista non smette mai di imparare e di evolversi. Non esiste la considerazione per l’artista perché è andata perduta la considerazione per l’Arte, la vera Arte, quella che porta a interrogarsi incessantemente su tutto, a essere grati per ciò che abbiamo, a lavorare per cambiare ciò che non funziona, a coltivare la perseveranza, la costanza, l’impegno.

Ma evidentemente ciò non basta. Non basta, perché investire nell’arte significa investire nei valori citati poco sopra, e per farlo occorrono progettualità lunghe, ad ampio respiro, i cui risultati non possono essere tangibili dopo qualche mese. E i progetti lungimiranti e proiettati verso un benessere futuro, si sa, non sono esattamente il forte di una società dei consumi basata sulle spietate leggi del mercato, della produttività, del risultato immediato, dei beni materiali sopra ogni cosa.

E‘ il momento di riorganizzare il comparto artistico, ripensando in maniera ordinata e strutturata la distribuzione delle risorse, senza dimenticare mai che se si smette di investire nell’arte in tutte le sue forme, si recidono le radici della cultura e della coscienza di un popolo. Sarebbe bello anche per noi artisti, per una volta, poter affermare con orgoglio che sì, possiamo vivere del nostro lavoro.

Ilaria Torresan

Giovani Europeisti Verdi Treviso

Daniele Tiozzi e Elisa Casonato

Co-Portavoce Federazione dei Verdi Europa Verde Treviso

Ilaria Torresan

Giovani Europeisti Verdi Treviso

Daniele Tiozzi e Elisa Casonato

Co-Portavoce Federazione dei Verdi Europa Verde Treviso

Seconda ondata Covid19, quali risposte da Zaia?

Noi Verdi Europa Verde di Treviso esprimiamo profonda preoccupazione per l’evoluzione della pandemia in Veneto e in particolar modo nella Provincia di Treviso, e non ci sentiamo per nulla rassicurati dall’atteggiamento minimizzatore del Presidente della Giunta Regionale Luca Zaia.

Avevamo lamentato ancora mesi fa l’imprecisione dei numeri forniti dalla Dirigenza della ULSS2 del Veneto ( https://verditv.wordpress.com/2020/04/02/coronavirus-la-usl-2-da-i-numeri/ ) , oltre alla lentezza nella gestione dei focolai attivi, come ad esempio lo stabilimento AIA di Vazzola ( https://verditv.wordpress.com/2020/08/23/europa-verde-treviso-su-covid-a-stabilimento-aia-di-vazzola/ ) , che non è mai stato chiuso mentre all’interno si diffondeva l’epidemia; a tal proposito segnaliamo che in Paesi dove vi è una maggiore capacità di controllo dei focolai, questi vengono chiusi e sanificati mentre il personale viene sottoposto a tampone, e solo dopo (magari 48 ore) vengono riaperti.

È stata recentemente pubblicata sul sito regionale dei Verdi Europa Verde del Veneto ( https://www.verdiveneto.org/2020/10/23/il-veneto-non-e-pronto-i-pochi-tamponi-faranno-vincere-il-virus/ ) una ricerca sulla discrepanza tra i numeri proclamati dal Presidente Zaia sui tamponi ed altro, e quanto invece messo in campo dalla Regione Veneto:
TAMPONI: ad aprile 2020 Zaia aveva promesso “dopo l’estate saremo in grado di processare 30000 tamponi al giorno”. Prendendo come riferimento la scorsa settimana vediamo che la realtà è ben diversa. Tra il 12/10 e il 18/10 in Veneto sono stati fatti 82328 tamponi, ovvero una media di 11761 tamponi giornalieri (ricordate, occorre sempre guardare la media settimanale dei tamponi date le grandi oscillazioni tra i diversi giorni della settimana), ben distanti dalle cifre raccontate in campagna elettorale. E nelle altre regioni? (…) In Emilia-Romagna, che ha quasi mezzo milione di abitanti in meno, ne sono stati fatti 84307 mentre in Lazio ne sono stati fatti addirittura 118150. Ovviamente si dirà subito: “eh grazie, ma il Lazio ha più abitanti del Veneto”. Vero! Ma se rapportassimo il numero di tamponi pro capite di questa regione alla situazione Veneta, la scorsa settimana avremmo dovuto fare 98890 tamponi, 16562 in più di quelli fatti. Non proprio briciole!”


Appare evidente che l’accentramento della gestione nelle mani di Zaia e dei suoi fedelissimi, con l’emarginazione del Prof. Crisanti e dell’Università di Padova mostra un profondo rallentamento della nostra Regione nella capacità di risposta all’epidemia.

I dati della seconda ondata mostrano la nostra Regione arrivare al secondo posto (il 24/10/20) tra le Regioni italiane, subito dopo la Lombardia, per numero di nuovi contagi; con la provincia di Treviso tristemente prima tra le Province del Veneto con una quota di nuovi contagi anche intorno ai 400 giornalieri.

Chiediamo conseguentemente al Presidente Zaia quali misure intenda mettere in atto la Regione Veneto al fine di limitare i contagi e salvaguardare la salute dei cittadini, in che modo e con quali risorse intenda far arrivare il sistema del Veneto ad eseguire i 30.000 tamponi giornalieri che erano stati promessi ad aprile.

Daniele Tiozzi e Elisa Casonato

Co-Portavoce Federazione dei Verdi Europa Verde di Treviso

Stefano Dall’Agata

Verdi Europa Verde Treviso

Salviamo il verde per il bene della cittadinanza!

Un grande striscione con scritto “No supermercato” piantato nel mezzo di un prato: gli abitanti del quartiere San Paolo di Treviso si stanno attivando contro l’ennesimo, superfluo, intervento di cementificazione selvaggia. In un tempo in cui il Covid-19 sta mettendo in ginocchio le economie di piccola scala le istituzioni insistono nel promuovere scelte che nuocciono all’ambiente e ai cittadini.

Considerata la moria di capannoni industriali che vengono abbandonati altrettanto rapidamente come vengono costruiti, prevedere la costruzione di un supermercato in un’area verde di 2500 Mq finora incontaminata è un esempio di pessima pianificazione urbanistica: significherebbe infatti promuovere un ulteriore e dannoso consumo di suolo, in una zona già martoriata dalla cementificazione compulsiva e senza freni. Le conseguenze sarebbero molteplici.

Danni ambientali: Impermeabilizzazione del suolo che impedisce il corretto drenaggio delle acque, perdita di biodiversità, diminuzione della capacità di assorbimento di co2, aumento della temperatura ambientale dovuto al riscaldamento delle superfici asfaltate, impoverimento del suolo circostante, irreversibilità, inquinamento relativo all’esercizio dell’attività economica nonché all’aumento di traffico stradale per trasporto merci.

Danni economici: competizione impari con attività economiche locali impreparate a sostenere la concorrenza della grande distribuzione organizzata, competizione territoriale con altri supermercati vicini che innesca una guerra dei prezzi con conseguenze sulle scelte di sostenibilità dei prodotti e della giusta retribuzione dei lavoratori.

A ulteriore riprova dell’insensatezza del progetto, basti segnalare la presenza in loco di almeno altri tre supermercati, che distano non più di 2 KM dalla zona interessata.

Il quartiere è già densamente dotato di supermercati

E’ davvero evidente che un supermercato in più non fornirebbe un servizio utile ai cittadini del quartiere, piuttosto innescherebbe una serie di problematiche legate all’occupazione: creazione di nuovi posti di lavoro a condizioni precarie, con contratti a termine tipici della GDO nonché mansioni alienanti, fagocitando al contempo le realtà lavorative degli esercizi di vicinato.

Nuove aperture andranno ad incidere negativamente sulla redditività per metro quadro, aumentando il rischio di impresa e mettendo a rischio le attività già avviate, in un territorio in cui la metratura commerciale presenta già segni evidenti di saturazione.

Le alternative etiche, responsabili e sostenibili a questo ennesimo scempio esistono, basti pensare alla riqualificazione di zone già precedentemente antropizzate. Noi dei Verdi Europa Verde di Treviso faremo sentire le nostre voci insieme a quelle dei cittadini del quartiere, affinché le proposte di impiego sostenibile dell’area non rimangano inascoltate.

Daniele Tiozzi e Elisa Casonato Co-Portavoce Federazione dei Verdi Europa Verde Treviso

Ilaria Torresan, Federico Cappellesso, Stefano Dall’Agata, Francesco Negro

Verdi Europa Verde Treviso